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9 Settembre 2026 Elimina data

9 Ottobre 2026 Elimina data

Occupazione e mercato del lavoro

Da un’ultima analisi sono 6 milioni i lavoratori indipendenti e contribuiscono alla creazione di circa il 20% del Pil.

Nonostante garantisca più posti del pubblico impiego, raramente l’universo del lavoro indipendente – imprese senza dipendenti, collaboratori familiari, ma anche professionisti e autonomi – viene considerato dalle politiche per il rilancio dell’occupazione. Rimane infatti forte, ancora oggi, il preconcetto secondo cui la ‘vera’ occupazione sia quella dipendente.

Per questo, Confesercenti ha promosso un’iniziativa per  dare visibilità al profondo disagio di queste imprese, cellule di un tessuto imprenditoriale che continua a garantire occupazione e stabilità all’economia italiana.

In Italia lavorano circa più di 24 milioni di persone. Di queste, oltre 3 milioni sono occupate nella Pubblica Amministrazione, e sono dipendenti pubblici in senso stretto. Gli altri sono occupati privati, a loro volta divisi tra dipendenti (oltre 18 milioni) e indipendenti: l’insieme degli imprenditori, dei lavoratori autonomi, dei collaboratori famigliari e dei professionisti costituisce un gruppo di 6,2 milioni di lavoratori, il 25,6% dell’occupazione italiana. In pratica, un lavoratore su quattro, in Italia, è indipendente.

Le imprese senza dipendenti costituiscono il tassello minimo, la cellula base del tessuto imprenditoriale italiano. In totale sono oltre 3 milioni e 990 mila e rappresentano il 65,4% del totale delle imprese attive, danno occupazione a circa 4,7 milioni di lavoratori indipendenti. Spesso sono donne e giovani: nel 2014 le imprese femminili senza dipendenti in Italia sono più di 880mila, il 22% del totale, e quelle giovanili oltre 460mila, il 12%.

Occupazione_Mercato_del_Lavoro_Indipendenti

I lavoratori indipendenti, nell’industria e nei servizi, tra il 2007 ed il 2014, hanno registrato una contrazione occupazionale di oltre il 7% per cento, con 475mila occupati in meno; i lavoratori dipendenti hanno registrato una emorragia più elevata in termini quantitativi, 575mila occupati in meno, ma meno rilevante, seppur significativa, ovviamente, in termini percentuali, il 3,1%.

Negli anni 2007-2014, si rileva una diminuzione complessiva di 82.000 imprese registrate frutto di andamenti differenziati per forma societaria: mentre le imprese individuali e le società di persone diminuiscono fortemente, rispettivamente, 206mila in meno e 140mila in meno, il 6% e l’11%, le società di capitale aumentano di 250mila unità, il 20,8%. Solo il comparto dell’alloggio e ristorazione mostra una variazione positiva.

Tra gli indicatori più significativi dello stato di crisi del sistema imprenditoriale c’è la lunghezza dell’arco di vita delle imprese. Arco che è andato sempre più accorciandosi: a dicembre 2014, la percentuale di imprese che è cessata entro i primi tre anni di vita è stata del 27,2%. Nel 2001 era del 20,3%.

La riduzione del tasso di sopravvivenza è particolarmente grave nei settori del commercio, dei servizi, del turismo e della ristorazione. In questo ultimo, ormai, quasi 6 imprese su 10 scompaiono nei primi tre anni di vita. Nel commercio, invece, cessa prematuramente quasi 1 impresa su due.

A dicembre 2014 quasi il 50% delle attività del commercio aperte nel 2011 – circa 47mila imprese – era già sparito. Le 47mila imprese scomparse hanno portato a bruciare almeno 2,5 miliardi di euro usati come investimento iniziale per avviare l’attività.

Oltre alla crisi del mercato interno, però hanno inciso anche alcuni provvedimenti, innanzitutto sotto il profilo fiscale: dal 2011 sull’Italia e sulle imprese del nostro Paese si è abbattuta una vera valanga di fisco, che ha portato ad un incremento di 1,5 punti della già elevata pressione fiscale tra il 2011 ed il 2014.

Per il commercio hanno anche pesato gli interventi di liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura. Interventi che avrebbero dovuto rilanciare i consumi, ma che hanno portato solo ad uno spostamento di quote dai piccoli alla Grande distribuzione organizzata, decimando l’occupazione indipendente senza ‘rimediare’ sul fronte dei posti di lavoro dipendenti creati. Tutto, come sempre, senza alcuna valutazione di impatto sulle piccole e medie imprese, come per altro sarebbe previsto dallo Statuto delle Imprese, legge fantasma, sempre ignorata.

A pesare sulle PMI, inoltre, c’è il credit crunch: la dinamica di contrazione del credito disponibile non si è ancora esaurita, e colpisce soprattutto quelle piccole. Se si analizzano i dati dei prestiti alle imprese che occupano fino a 5 dipendenti, infatti si riscontra dal novembre 2011 –alla fine del 2014 una contrazione complessiva di 13,6 miliardi, pari al -14,8%, che penalizza doppiamente tale categoria economica, che – come noto – non dispone di canali di finanziamento alternativi, nonostante il poderoso contributo all’occupazione.

Il Jobs Act ha avviato ed attuato una nuova regolazione del lavoro con un’operazione riformista volta prevalentemente a promuovere forme di occupazione stabile, e di tutela ma che riguarda solo ed esclusivamente i lavoratori dipendenti.

I lavoratori indipendenti sono oggi i lavoratori che non godono di alcun sostegno e che non hanno alcuna tutela. La legge di stabilità ha premiato il lavoro dipendente e le imprese che hanno e creano occupazione dipendente. Per l’occupazione indipendente (invisibile) nulla.

L’avvento di Internet, l’affermazione dell’eCommerce, la diffusione e l’implementazione dei processi produttivi attraverso stampanti 3D, stanno cambiando profondamente le forme distributive di merci e servizi. La presenza di imprese individuali e microimprese sarà prevedibilmente più marcata. Occorre dunque fin da ora porre le basi per una valorizzazione del lavoro indipendente.

Al fine di migliorare il contesto imprenditoriale, la Commissione Ue ha adottato nel gennaio del 2013 il piano di azione Imprenditoria 2020, pensato per accrescere la competitività delle imprese, soprattutto le piccole e le medie. Il piano delinea azioni che si dovranno intraprendere anche da parte degli Stati membri della Ue, basate su tre pilastri fondamentali:

• L’educazione ad essere imprenditori: la Commissione incoraggia gli Stati ad inserire nei propri cicli di formazione obbligatoria esperienze ed insegnamenti che promuovano lo spirito imprenditoriale.

• La rimozione delle barriere alle imprese. In questo ambito la Commissione ha individuato 6 aree di azione tra cui:

1. Accesso al credito, semplificazione della fiscalità sugli investimenti diretti privati (ad esempio mini obbligazioni, crowdfunding);

2. Il sostegno agli imprenditori nei primi anni di attività, attraverso formazione manageriale, reti con altre PMI;

3. Il maggior utilizzo di Tecnologie ICT;

4. La semplificazione dei trasferimenti di proprietà delle imprese;

5. Il supporto alle nuove imprese nel superamento delle fasi di difficoltà finanziarie e temporanee;

6. Le semplificazioni amministrative;

• L’Istituzione di attività di tutoraggio mirate.

L’Unione Europea richiede espressamente che tutti i Paesi membri, nell’ambito delle politiche economiche nazionali, valutino attentamente l’effetto degli interventi sulle piccole imprese e creare condizioni favorevoli alla crescita e alla competitività sostenibile delle PMI europee. Sulla scia di questi obiettivi, anche le politiche economiche italiane dovrebbero tenere maggiormente conto del contributo delle PMI alla crescita del Paese e alla creazione di posti di lavoro. In questa prospettiva occorrerà quindi lavorare ad un vero e proprio TESTO UNICO DEL LAVORO INDIPENDENTE che dovrà incidere su i seguenti ambiti:

Start up, innovazione e riconversione

• incentivi all’innovazione di impresa

• procedure facilitate per start up e tutoraggio garantito dalle Associazioni di categoria

• sostegno all’avvio, al consolidamento, alla riconversione delle attività autonome

• promozione delle opportunità dei lavoratori autonomi, attraverso l’istituzione di servizi dedicati, osservatori e sportelli unici, preposti a facilitare l’accesso dei lavoratori autonomi alle opportunità di mercato, al credito, agli incentivi

• tassazione e contribuzione agevolata per i primi tre anni di attività

Formazione continua per gli imprenditori

• sostegno alla qualificazione e riqualificazione delle competenze necessarie all’attività svolta, con interventi attivabili da Stato e Regioni, attingendo anche a fondi europei

• attivazione voucher formativi per la formazione continua

Tutele nel caso di temporanea inattività

• tutele del reddito in caso di inattività temporanea o di cessazione di attività per crisi di mercato.

Imprenditoria giovanile e femminile

• sostegno dell’imprenditoria giovanile e femminile, anche per favorire l’avvio di attività in proprio da parte di lavoratori dipendenti espulsi dal mercato del lavoro

• promozione ulteriore della conciliazione vita lavoro anche per le lavoratrici autonome

Semplificazione

• semplificazioni degli adempimenti amministrativi

Credito

• L’istituzione di un Fondo di rotazione per l’imprenditoria individuale (Friind) con un budget destinato allo sviluppo e rilancio anche mediante servizi di affiancamento.

• Un intervento agevolativo che consista in contributi a fondo perduto per spese generali di avvio dell’impresa, riconosciute a seguito di positiva valutazione del business plan; contributi a fondo perduto resi dai soggetti fornitori di servizi di affiancamento alle imprese beneficiarie e finanziamento diretto a medio termine

Fonte: Confesercenti

DOSSIER-JOBS-ACT-DEL-17-MARZO