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14 Ottobre 2026 Elimina data

13 Novembre 2026 Elimina data

Dai master al dottorato: quanti tipi di specializzazioni post-laurea esistono?

Il mondo della formazione accademica non si limita al canonico percorso universitario, composto da una triennale ed in seguito una magistrale (eccezion fatta per i corsi di laurea a ciclo unico, che invece sono strutturati normalmente sulla base dei cinque anni senza avere suddivisioni interne). Concluse infatti queste esperienze, agli studenti si apre tutta la prospettiva dei master, che siano di primo o secondo livello, per poi passare ad eventuali corsi di aggiornamento e infine il dottorato, considerato il punto più alto.

Si può accedere ad un master di primo livello dopo un percorso di laurea triennale (o con un titolo estero equivalente). Solitamente si tratta di un’annualità in grado di garantire l’acquisizione di almeno 60 CFU (Crediti Formativi Universitari) e fornisce una specializzazione di massima rivolta ad una determinata materia. Spulciando l’elenco degli ambiti entro cui è possibile scegliere, nelle università telematiche e in quelle tradizionali, l’elenco è molto ampio. Si passa dalle specializzazioni in campo agrario-forestale all’ingegneria industriale e dell’informazione, senza dimenticare gli ambiti linguistici o ancora quelli farmaceutici.

Il master di secondo livello rappresenta invece lo step successivo e coincide con la cosiddetta alta formazione. La durata è solitamente biennale e include un periodo obbligatorio di stage presso uno degli enti o istituzioni convenzionati con l’università di riferimento. L’ottenimento di questo titolo conferisce maggiori punti in graduatoria sia per i concorsi relativi ai dottorati di ricerca sia, ad esempio, per i concorsi relativi all’insegnamento. Anche in questo caso le possibili scelte sono molto numerose e toccano tutti gli ambiti: molto gettonati sono quelli relativi all’economia ma anche a proposito di scienze motorie, educazione e formazione.

Il dottorato di ricerca rappresenta l’ultimo step della carriera accademica e requisito fondamentale per aver accesso all’insegnamento in ambito universitario. L’accesso a questo canale è subordinato al superamento di un concorso: ogni università italiana crea annualmente appositi bandi in cui vengono elencati i numeri di posti disponibili e i requisiti per l’accesso. Solitamente si considera la carriera universitaria pregressa e si tiene conto di un progetto di dottorato che viene presentato contestualmente alla scadenza del bando. Una volta superata la prima fase di selezione, in cui è la commissione a stabilire se i singoli candidati sono in possesso dei requisiti considerati fondamentali, si procede al secondo step, che coincide con il colloquio orale.

Superato anche questo, si può essere ammessi al dottorato di ricerca. Esiste però un ulteriore problema legato ai costi: nella maggior parte dei casi, infatti, i fondi messi a disposizione dalle università non bastano per coprire tutti i posti a concorso. Leggermente diversa appare la situazione alla luce dei nuovi fondi del PNRR, in molti casi rivolti proprio ai dottorati di ricerca, ma ancora lontani dal porre fine al problema. Di conseguenza, coloro che sono ai primi posti possono entrare “con borsa”, solitamente almeno un paio restano “senza borsa”, vale a dire senza alcuna retribuzione per i tre anni (minimo) di specializzazione. Si tratta di un elemento di cui tener conto considerando la quantità di tempo ed impegno richiesta per un percorso del genere, non sempre sovrapponibile ad un’altra attività lavorativa (ed in alcuni casi ciò è vietato contestualmente al bando emesso dall’università). Di certo non si mette in discussione il valore del dottorato, inteso sia come formazione accademica sia come elemento in curriculum in grado di innalzare notevolmente la posizione del candidato nei concorsi pubblici. Ad esempio un diploma di specializzazione può valere 6 punti in più, il dottorato di ricerca ben 12.